La Storia del Bomber
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Intervista esclusiva del 28.02.02 di Simone Giofrè per ViviCantu.com
Quarant'anni da festeggiare in campo non capita proprio tutti i giorni di raccontarli.
Accade invece così proprio oggi. Antonello Riva da Rovagnate festeggia oggi il suo 40esimo compleanno e lo fa ancora da giocatore. Anche questo un record oltre a tutti quelli ottenuti sul campo.
Certo, il “bomber”, non ha bisogno di presentazioni dal punto di vista tecnico, basta dire che è attualmente il miglior realizzatore del campionato italiano, unico in carriera ad aver superato il tetto dei 14.000 punti.
Bomber, Nembo Kid, ed altri ancora i soprannomi dati ad uno dei più grandi campioni che la pallacanestro italiana ed europea abbia mai avuto.
Ha iniziato giovanissimo insieme ad altri ragazzi che poi, con lui, formarono l'ossatura di quella Cantù che vinse tutto in Italia ed in Europa. Prima di lui Marzorati, poi insieme a lui Bosa, Innocentin, Bargna ed altri ancora ad uscire da quella grande scuola che è stato il settore giovanile biancoblù, un vivaio che merita di rimanere per sempre nella storia, non solo della Pallacanestro Cantù, ma anche della città di Cantù.
All’oro dei Campionati Europei di Nantes, Antonello ha aggiunto poi l’argento conquistato a Roma con la Nazionale Italiana. Insomma, una carriera costellata di grandi successi, sia con il proprio club che con la Nazionale.
Antonello, avresti mai immaginato di arrivare a 40 anni ancora da giocatore? «No, quaranta proprio No. Infatti parlavo con Renzo Bariviera la scorsa settimana e gli dicevo che quando lui arrivò a Cantù io, che ero forse neppure un ventenne se non ricordo male, lo vedevo come vecchissimo anche se era solamente intorno ai trenta e mi chiedevo come potesse giocare ancora. Invece, poi, anno per anno, ci sono arrivato anch'io ed ho superato quell’età e ciò lo devo al divertimento che è sicuramente la molla che mi spinge a continuare questa vita».
E Bariviera come l'ha presa? «Si è messo a ridere naturalmente».
Di questi 25 anni passati in campo, qual è il ricordo più bello? «I successi senza dubbio. Lo Scudetto, le Coppe dei Campioni ma forse l’oro di Nantes con la maglia azzurra è stato il massimo che ho potuto mai raggiungere. Di sicuro la Nazionale ti dà un qualcosa di particolare».
Ed il più brutto?«E’ facile pensare alle sconfitte ma forse il momento più brutto è stato quando nel 1985 ho avuto l’infortunio al ginocchio. Sai, quasi vent’anni fa, avere un infortunio del genere al ginocchio poteva veramente far temere per la carriera».
Cos’è cambiato rispetto al giorno in cui facesti il tuo esordio? «Le regole innanzitutto. I quattro tempi, i 24”, il tiro da tre punti, i tiri liberi. Se poi ci mettiamo a guardare una videocassetta di vent’anni fa notiamo il cambiamento della velocità. Anche il fisico dei giocatori è cambiato. Quando ho iniziato io ero l’unico nel mio ruolo ad avere un fisico potente, mentre ora è quasi la prassi».
Cosa sarebbe stato Antonello Riva se non fosse stato introdotto il tiro da tre punti? «Sicuramente avrei avuto meno occasioni di essere pubblicizzato. Mi ricordo ad esempio che una volta a Milano feci 10/10, così come a Pesaro, ed inevitabilmente tutti ne parlarono. Ricordo che quando venne introdotto fui uno dei primi a farne un grande uso».
Dal punto di vista sportivo, che regalo vorresti ricevere? «Mi sarebbe piaciuto ricevere la Coppa Italia e ci credevo anche. Per sfortuna nostra abbiamo trovato Siena in un momento molto buono. A questo punto spero di riuscire a chiudere l’anno mantenendo questo cammino che per ora ci sta dando molte soddisfazioni».
E invece al di là del basket? «Mi piacerebbe vedere i miei figli affermarsi nella vita. Ivan tiene molto al basket e mi piacerebbe vederlo in Serie A. Francesca invece è ancora un po’ piccola e sta studiando. In ogni caso mi auguro che la mia famiglia continui a rimanere unita come lo è stata fino ad ora».
Nei tuoi primi 40 anni c’è stato prevalentemente il basket.
Cosa ti spetti dai prossimi 40? «Ho paura che questo grande amore per il basket mi terrà ancora molto vicino ai campi di gioco. Vedo il mio futuro dunque ancora collegato ai canestri».
Dedicandoti al basket per così tanto tempo, hai dovuto rinunciare a qualcos’altro?
«Gli undici anni di Nazionale mi hanno tolto le estati con la famiglia in vacanza. Quando avevo i figli piccoli le trasferte di Coppa e Campionato mi hanno portato spesso lontano dalla famiglia. Invece, quando ero giovane, ho dovuto rinunciare ai week-end con gli amici. Loro partivano magari al venerdì per la montagna e io rimanevo a casa perché dovevo allenarmi. Ad essere sincero, allora non mi pesavano. Forse oggi, se dovessi tornare indietro, non so se farei ancora tutti quei sacrifici!».
Qual è stata la cosa che senti di aver dato al basket? «E’ naturale che io ho dato tutto il mio impegno, la mia volontà, cercando sempre di fare il mio lavoro al massimo delle possibilità. Penso di aver dato tanta energia e forza al movimento».
Qual è stato il maggior insegnamento che ti ha dato il basket? «Il basket mi ha dato moltissimo. Io sono cresciuto in una famiglia non certo benestante. Mio padre lavorava duramente. Io lo aiutavo e quindi so che lui per una vita ha fatto grandi sacrifici per ottenere poche cose, invece io, adesso che ho quarant’anni, non dico di essere ricco, però ho una vita agiata ed ho ottenuto ciò che mio padre magari non ha avuto in
tutta una vita di sacrifici».
Bianchini e la sfida vinta: "Lo lanciai, lui era il futuro"
Lunedì, 18 marzo 2002 - Valerio Bianchini * per ![]()
Quando nel 1979 arrivai a Cantù, il giardino della famiglia Allievi, mecenate della locale squadra di basket, era nel suo pieno rigoglio.
Sostituivo Arnaldo Taurisano, un grande giardiniere che aveva sarchiato, seminato e irrorato il terreno degli Allievi e visto crescere esili pianticelle e diventare solidi e meravigliosi alberi come Recalcati, Cattini, e soprattutto Marzorati, colui che per la sua eleganza, resta il giocatore italiano più affascinante che sia mai esistito.
Tutta Europa ammirava il giardino degli Allievi, perché innumerevoli erano le coppe europee che quei ragazzi fatti in casa guadagnavano contro le più blasonate squadre del Vecchio Continente.
Eppure la pianticella che sarebbe diventata la Grande Quercia del basket italiano cresceva ancora di nascosto.
Quando vidi il diciassettenne Antonello Riva durante i primi allenamenti, fui quasi turbato dalla potenza del suo impatto sul gioco e dalla grazia del suo già perfetto «jump-shot».
Lou Carnesecca, santone americano, aveva detto di Marzorati che avrebbe potuto essere scambiato per un ragazzo uscito da un playground di New York: quello era il più grande complimento che un giocatore italiano avesse mai ricevuto.
Ma Antonello Riva, per gli annali già a referto in serie A nella stagione 1977-78 e autore dei primi minuti in quella successiva, era il futuro, era il clone di una grande guardia di stile Nba. Io avevo il compito di sciogliergli le briglie e di lasciarlo correre.
Lo promossi subito titolare e lui cominciò una storia infinita, tra campionati di A e la nazionale, come una stella fissa del firmamento europeo.
E sempre con la sua graniticità fisica e spirituale, la sua calma e la sua freddezza nei momenti più drammatici, la sua fedeltà alla maglia azzurra e a tutte quelle che ha vestito, la sua lealtà nei confronti dei compagni, degli allenatori e anche degli avversari.
Lo guardo e mi chiedo: riuscirebbe oggi un diciassettenne come lui a vincere la guerra spietata che il basket ha dichiarato ai giovani italiani, riempiendo di stranieri gli organici e andando a cercare i ventenni nei paesi dell' Est? Rispondo: sì, uno come lui, uno con il suo strepitoso talento, ce la farebbe anche oggi.
Nonostante tutto.
* Valerio Bianchini: Allenatore ed ex commissario tecnico.
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Un regalo? Giocare una partita a fianco di mio figlio
Lunedì, 18 marzo 2002 Flavio Vanetti per ![]()
Festa per un grande giocatore. Anzi: per uno dei più grandi giocatori in assoluto della nostra pallacanestro; per l'uomo che più di tutti ha segnato in serie A (14235 punti alla fine della scorsa stagione. E non è finita...); per il ragazzo che a 16 anni aveva sì un angelico caschetto biondo di capelli, ma anche la faccia da «duro»; per l'incursore delle aree dal fisico erculeo e dalla forza poderosa, tanto che lo chiamavano «Nembo Kid».
Quanto tempo passerà prima che Antonello Riva venga collocato a fianco di Dino Meneghin o Pierluigi
Marzorati, i totem del basket italiano? Forse solo quello che lo separa dalla sua uscita di scena. Dunque manca ancora un po', perché anche dopo la virata dei 40 anni, appena effettuata, Antonello vede davanti a sé tanta acqua per navigare. E tanti canestri (avversari) da riempire di palloni. Antonello Riva, 40 anni compiuti in febbraio ma da festeggiare ufficialmente stasera al palasport di Cantù.
È un' età mitica nello sport, se un atleta la raggiunge quando è ancora in attività. «È un'età, però, che mi provoca una strana sensazione. Ripenso a quando avevo 20 anni e dicevo, di certi veterani:
"Chi gliela fa fare a proseguire?". Ora capisco: avrò ormai la barba bianca, ma anch'io, come loro, ho la testa da ragazzino».
Pesano, i 40 anni? «Un po' sì. Vorresti spaccare ancora il mondo, ma il fisico ti spiega che non è più possibile».
Pesano vedendo in azione suo figlio Ivan? «In allenamento
mi giro e scopro che, magari, mi sta marcando : da una parte è una gioia immensa; dall'altra, sapete che impressione...».
È pronto a diventare allenatore? «Pronto è una parola molto importante: diciamo che mi sto preparando, a quel futuro; mi piacerebbe, mi affascina, soprattutto mi rimetterei in gioco».
Sta facendo una gara a distanza con Oscar Schmidt, tornato nel campionato brasiliano, per vedere chi abbandona per ultimo? «Bhè, lui è più avanti di me: ha 44 anni... Comunque non sono queste le cose alle quali bado: non pensavo ai record nemmeno quando stavo per sorpassare quello dei punti segnati in serie A, appartenente appunto a Oscar. Altri sono gli obiettivi, altre le soddisfazioni: ad esempio, il vedere Cantù di nuovo competitiva e seguita dai tifosi».
Che cosa c'è, in Ivan Riva, dell' Antonello dei19 anni? «Il desiderio di sfondare: ho cercato di trasferirgli il senso del lavoro e della continuità; alla fine sono riuscito a fargli capire quanto sia importante».
Che cosa, invece, l' Antonello dell' epoca aveva in più di lui? «Il fisico. Ivan ha le spalle simili alle mie, ma non le ha così robuste come le avevo io alla sua età. Grazie ai muscoli, ho sopperito a lacune tecniche. Aggiungo infine che Ivan è un po' meno "cattivo" di me, in partita».
Generazioni «molli», si dice, quelle di oggi... «Parlo con colleghi che hanno figli più o meno della stessa età di Ivan e concordiamo su un punto: non è un luogo comune affermare che i giovani di oggi hanno tutto; al contrario, è la pura verità. Noi avevamo conquis tato certe cose con il sudore, adesso è difficile spiegare loro il concetto».
Suo figlio le ha mai dato del matusa? «Quando parliamo di musica o ci mettiamo al computer».
Antonello e Ivan davanti alla tv fanno zapping: vi sintonizzate su «Nba action» o sul campionato italiano? «Ivan si ferma di sicuro su Nba action. Io preferisco ancora cercare qualcosa di bello nella nostra serie A».
Lei desidera un figlio campione, oppure un uomo inserito nella vita? «Per un padre, la risposta è scontata: preferirei vederlo crescere come uomo».
Bella sfortuna avere un padre del genere: meglio fare carriera in banca... «Vero: Ivan ha sulle spalle il peso dell'attesa dei tifosi e della società. Da un lato è forse inevitabile, dall'altro bisognerà evitare che la pressione lo rovini».
Lo confessi: rinvia il ritiro perché desidera disputare almeno una partita vera a fianco di suo figlio. «Sarebbe una gioia unica...».
Ha ammesso di essere andato perfino in discoteca, insieme a lui. Non teme che questi «pianeti» in cui circolano ecstasy e altre droghe siano pericolosi, per un giovane di oggi? «Effettivamente le discoteche ti portano via energie e tempo. Quando vivevo nel college di Cantù, non sono mai andato a letto dopo mezzanotte. Tutte le mie risorse le ho destinate al basket; Ivan, invece, ancora no».
Antonello Riva fu acquistato da Cantù in cambio di un pulmino usato e di un set di palloni, destinati all'oratorio di Rovagnate. Ha mai chiesto la percentuale alla famiglia Allievi, quando alla fine degli anni Ottanta la cedette a Milano per quasi otto miliardi di lire? «No, bastano le soddisfazioni che ho avuto da Cantù e dagli Allievi».
Quale basket augura a suo figlio di trovare? «Gli auguro di trovare una pallacanestro differente. E soprattutto con qualche buon giovane italiano in più».
Quale basket, invece, Antonello Riva si è perso? «Forse quello della Nba. Sono nato troppo presto: gli europei hanno sfondato negli Usa quando io non avevo più possibilità».
Voti tra la superiore tecnica e fisicità della pallacanestro attuale e la poesia di quella di un tempo. «Occorre trovare un compromesso. Solo le doti fisiche generano lo spettacolo che il pubblico reclama. Ma in una schiacciata, per dire, ci deve essere pure la poesia, non solo la forza».
Ieri avete sconfitto anche Siena e ora siete secondi. Alla fine voi di Cantù vincerete lo scudetto, con tanti sberleffi a chi dice che siete «neri» e stranieri... «Un tempo si dialogava in dialetto, in squadra. Se riuscissimo a vincere parlando in inglese, sarebbe altrettanto bello e significativo, in un mondo che fra mille contraddizioni tenta di annullare le barriere tra le razze e i popoli».
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Riva: "Nulla di straordinario"
Martedì 19.03.02 - Gualfrido Galimberti di Sports.com
Uomo simbolo del basket tricolore, eppure schivo. Giocatore che ha dato tanto allo sport, ma ancora desideroso di trasmettere qualcosa ai suoi compagni di squadra e ai più giovani.
Antonello Riva, il più grande realizzatore nella storia del basket italiano (oltre 14 mila punti in carriera), a quarant'anni è ancora lì sul campo a provare e schemi come un ragazzino.
Non corre come prima, ma compensa la minor forza fisica con un grande entusiasmo.
La sua Oregon Cantù, dopo la vittoria con Siena, è seconda in classifica, lui vorrebbe provare a respirare l'atmosfera delle coppe europee: di pensione, insomma, per il momento non se ne parla.
Antonello, ti rendi conto di occupare un posto di rilievo nella storia della pallacanestro italiana e di avere avuto una carriera straordinaria, ricca di numeri irraggiungibili? "Se mi fermo a riflettere mi accorgo dei numeri e delle statistiche che hanno caratterizzato la mia attività. Ma, in fondo, non sono cose straordinarie. C'è anche chi ha fatto di meglio: penso a Dino Meneghin, con tutti gli scudetti e le coppe dei Campioni che ha vinto".
Sono comunque record che gli altri giocatori possono solo guardare da lontano o leggere sugli almanacchi, senza pensare di poterli superare."Forse è vero. Questo mi rende felice perché testimonia come io abbia sempre cercato di fare il mio dovere. Mi dà tranquillità, non ho nulla da rimproverarmi. Quanto all'importanza dei record, non ci faccio caso. Non li ho mai cercati, sono venuti da soli. E poi ho avuto una buona dose di fortuna: non capita a tutti di giocare con a fianco giocatori del calibro di Pierluigi Marzorati".
Il record di punti segnati sembra in cassaforte: oggi, come fanno la Kinder Bologna e Cantù, si punta molto sulla difesa."Il basket è cambiato molto. Le grosse squadre si sono accorte che per vincere non bisogna cercare di segnare più degli avversari ma, al contrario, è necessario difendere cercando in seconda battuta di buttare la palla dentro al canestro. Solo la Benetton di Mike D'Antoni era riuscita a vincere con un gioco controcorrente, spumeggiante, veloce. Certo il basket di qualche anno fa era molto più spettacolare, anche se con l'introduzione della regola dei 24" c'è stata forse una incoraggiante inversione di tendenza".
Dopo una ventina d'anni trascorsi sul parquet, come giudichi la tua carriera? "Sono molto soddisfatto. Rimane quel grosso rimpianto della finale persa con Milano contro Caserta dopo aver dominato tutta la stagione".
A proposito di Milano: non puoi essere rimasto indifferente alle accuse di tradimento pronunciate dai tifosi canturini dopo il tuo trasferimento all'Olimpia. "E' stato sicuramente un brutto periodo. Forse qualcuno è stato bravo, per sua convenienza, a spacciare la mia partenza come un tradimento. In realtà non si è trattato assolutamente di una mia scelta, è stata solo una conseguenza: Cantù doveva vendermi per poter sopravvivere. Mi sembra che alla fine i tifosi lo abbiano capito".
Con quali giocatori hai legato maggiormente? "Il basket mi ha dato dei veri amici. Che poi, tirando le somme, sono soprattutto quelli che non hanno voluto mancare alla mia festa".
E l'allenatore col quale ti sei trovato meglio? "Nel tentativo di migliorarmi sempre più e di scoprire nuovi limiti, ho cercato di imparare qualcosa da ogni allenatore. Ovviamente ricordo con piacere i tecnici che ho avuto a lungo. Bianchini l'ho avuto a inizio carriera, è stato fondamentale per me: cercavo, come una spugna, di "assorbire" tutti i suoi insegnamenti. Mi ha guidato a lungo anche Gamba in Nazionale e Recalcati".
Sacripanti, il tuo attuale allenatore, dice che l'infortunio subito al ginocchio, da un certo punto di vista può essere stata una fortuna: ti ha costretto a modificare il gioco, senza puntare sulla forza fisica. "Ha ragione. Ovvio che, potendo proseguire col gioco precedente, non mi sarei tirato indietro. Non mi fermavo neanche davanti a un muro. Avevo coraggio. L'infortunio mi ha costretto a migliorare altre cose: il palleggio, il passaggio, l'uso della mano sinistra. Il segreto per rimettermi in gioco a carriera quasi finita? Il piacere, fa miracoli".
Dopo una ventina di anni di carriera, prova a tirare le somme: quale la maggiore soddisfazione e quale il maggior rimpianto? "La soddisfazione è stata la prima coppa Campioni. Cantù in quegli anni era davvero uno squadrone, aveva già vinto molto ma non era mai riuscita a mettere in bacheca il trofeo più importante. C'era proprio il grande desiderio, della società e dei tifosi, di arrivare sul tetto d'Europa. Vincere quella coppa è risultato proprio un appagamento di un desiderio diffuso. Il rimpianto... probabilmente l'infortunio, perché mi ha condizionato molto. Nel 1984, alle Olimpiadi di Los Angeles, ero stato eletto nel miglior quintetto. Qualche anno più tardi mi sarebbe piaciuto provare l'esperienza dei camp Nba. Non ho mai potuto misurarmi con quel basket".
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Sacripanti: "Antonello, un uomo e un campione"
Martedì 19.03.02 - Gualfrido GalimbertiperSports.com
Allenare Antonello Riva, vista la sua carriera straordinaria, non deve essere semplice.
In modo particolare per un ragazzo poco più che trentenne. Stefano Sacripanti, Pino per gli amici e "Pino Magique" per la curva canturina, però, si trova decisamente a suo agio.
Non solo perché portando Cantù al secondo posto in classifica ha dimostrato di non essere uno sprovveduto, ma anche perché all'interno della squadra c'è un affiatamento incredibile.
Pino, cosa rappresenta Antonello Riva per il basket italiano? "I suoi risultati, i punti realizzati, parlano da soli. Non c'è bisogno di scervellarsi per trovare una risposta. E' un campione e ha capito grazie alla sua intelligenza che poteva andare avanti a giocare quando molti ne avrebbero pronosticato il ritiro. E ancora oggi è di grande aiuto alla squadra sia in campo sia fuori".
Dopo essere stato un po' confinato alla panchina, ultimamente lo rivediamo in campo con più continuità. "Sta attraversando un particolare momento di forma, così come ha dimostrato con Varese, Skipper e Pesaro. Il suo allenamento
è diverso da quello degli altri, ma l'impegno e l'utilità non sono da sottovalutare".
Da allenatore che lo segue tutti i giorni da vicino: qual è il segreto di Riva? "La sua ambizione, la sua voglia di misurarsi sempre con se stesso prima ancora che con gli altri. E poi la sua intelligenza. Dopo quel tremendo infortunio al ginocchio che ha un po' privato il nostro basket di quel grande Nembo Kid
che eravamo abituati a vedere, è stato capace di riciclarsi, applicarsi per migliorare il suo gioco sotto molti aspetti, anche in fase difensiva".
Dovendo ripensare alla carriera di Riva, quale immagine ti viene in mente? "Da tifoso ti dico subito che non posso non pensare all'Antonello Riva della coppa Campioni '82, momento storico nella vita della Pallacanestro Cantù e che ho vissuto in prima persona come fan scatenato e dodicenne mentre esultavo in mezzo agli ultras. A livello lavorativo penso per forza alla scorsa stagione, quando alla conclusione del girone di andata avevamo solo 2 punti in classifica ed eravamo condannati alla retrocessione: un Antonello Riva capace di far valere la sua grinta, il suo carisma e la sua capacità di risollevare tutto il gruppo".
Cosa pensi del "Bomber Day", ossia dei festeggiamenti per i suoi quarant'anni? "La festa è un giusto riconoscimento per la pallacanestro italiana e per un Riva, uomo e atleta, che merita un grande ringraziamento. Mentre gli italiani della sua età si ritirano o cercano qualche minuto di gioco in serie B, lui c'è ancora. E' un punto di riferimento: forse inarrivabile ma sicuramente prezioso".
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Martedì 19.03.02 - Silvia Galimberti per Sports.com
Nembo Kid non sa solo volare. Dell'eroe fumettistico, in realtà, Antonello Riva ha poco o nulla.
Non è costruito, è assolutamente umano e a parlarci insieme si scopre uno spessore che va ben oltre le due dimensioni.
La corporatura, quella sì, sembra tratteggiata da un'abile matita: spalle imponenti, fisico asciutto e muscoloso che non stonerebbero nelle storie dei paladini di carta. Ma se qualche signora dovesse incontrarlo tra le corsie di un supermercato, potrebbe tranquillamente approfittare della sua altezza per farsi calare il detersivo sull'ultimo scaffale, ed Antonello non se ne dispiacerebbe affatto.Il tempo ha levigato i tratti più aspri del guerriero ed a 40 anni appena compiuti Antonello Riva, il "Bomber", si racconta, parla di sé, della sua vita privata, delle sue passioni. Lo fa con uno sguardo sul passato, su chi era e chi è diventato, uno sguardo però che non ha perso quel luccichio di chi ama le sfide e di chi è stato il numero uno.
Di un campione si finisce sempre per conoscere le sue imprese, i suoi meriti, i suoi trofei e tutto il resto viene idealizzato: invece chi è realmente Antonello Riva al di fuori del basket? "Normalmente si è portati a pensare che una persona famosa conduca chissà quale vita: in realtà la vita dell'atleta professionista è diversa per quanto riguarda la suddivisione del tempo, che non è quella delle otto ore lavorative al giorno; nello stesso tempo si tratta di un'esistenza normalissima incentrata sulla famiglia: ho due figli e quindi tutte le problematiche di un padre di famiglia".
Quale ruolo ha per te, dunque, la famiglia? "Ha sempre rappresentato una valvola di sicurezza: quando le mie vicende sportive non andavano tanto bene la famiglia mi aiutava a ricaricarmi, infondendomi tutte le energie positive per andare avanti. Al contrario, quando ero molto euforico per vittorie importanti, la vita quotidiana a casa mi riportava a terra mettendomi di fronte ai problemi reali che sono gli stessi per tutti: andare a fare la spesa, portare i figli a scuola, parlare coi professori...".
Una vita familiare vissuta però a sprazzi, compatibilmente con i tuoi impegni, le trasferte, gli allenamenti.Come si riesce a mandare avanti una famiglia in questo modo, cosa è necessario? "Devo dire che mia moglie Marina, soprattutto all'inizio della mia carriera quando sono stato dieci anni impegnato in nazionale, è stata molto brava e paziente: durante le mie prolungate assenze ha pensato quasi esclusivamente lei all'educazione dei nostri figli e si è addossata tutta la responsabilità della loro crescita. Io cercavo di sfruttare al meglio il poco tempo che avevo per far sentire comunque anche la mia presenza".
In questo poco tempo cos'altro ti piace fare? "Sembrerà scontato ma adoro gli sport in generale e in particolare quelli da montagna. D'inverno però, non potendo muovermi perché il campionato è in corso, è difficile fare cose diverse dal guardare film in tranquillità a casa o leggere libri e riviste. Adesso sto leggendo un libro sul trekking, una guida che spiega tutte le problematiche di questo sport, gli itinerari migliori. È l'unico genere che riesco a leggere perché è diviso in capitoletti, posso interromperlo senza perdere il filo. Mi piacciono molto anche i puzzle: me ne hanno appena regalato uno da 5000 pezzi che però è ancora a metà perché i ritagli di tempo non bastano
mai".
E d'estate...? "D'estate, invece, appena posso vado a camminare in montagna per scaricarmi dalle tossine accumulate durante l'anno. Mi libera di tutto e mi dà una forte carica interiore. Diciamo che non sono il tipo che si sdraia al sole e rimane fermo: pur non impazzendo per il mare, se capita d'andarci faccio surf, noleggio una canoa... un po' di tutto".
Insomma un tipo sportivo in tutti i sensi. Ma il tuo fisico è sempre stato così dotato? "Il mio fisico si è temprato e si è costruito in maniera artigianale all'inizio. Fin da piccolo aiutavo mio papà, che faceva il piastrellista, nel suo laboratorio finita la scuola, nelle vacanze: spostavo pacchi pesanti, caricavo i camion, insomma lavori da manovale che mi hanno fatto sviluppare una buona muscolatura. Mio papà infatti non vedeva l'ora che crescessi per prendere il suo posto".
E poi cosa è successo, come è nata la passione per il basket? "E' capitato per caso: in quinta elementare la scuola organizzava i giochi della gioventù e ognuno doveva partecipare a tre specialità, che nel mio caso erano salto in alto e basket per l'altezza e lancio del peso perché ero già robusto. Poi all'oratorio ci trovavamo in sette o otto finite le lezioni e passavamo ore nel campetto da basket. Mi ha attirato subito il senso della sfida: l'idea di fare canestro sempre più da lontano, migliorare la tecnica, lo trovavo molto avvincente".
Come è stata la tua giovinezza da quando hai preso sul serio la causa del basket, ci sono rimpianti? "Forse non l'ho goduta così tanto ma il basket mi ha dato così grandi soddisfazioni che i sacrifici scompaiono. Mentre frequentavo ragioneria in collegio qui a Cantù, mi ricordo che i miei amici uscivano il sabato sera, andavano via il weekend mentre io avevo le partite e andavo a dormire presto. Ho passato quegli anni, e quelli ancora successivi quando già conoscevo mia moglie, a uscire nei giorni in cui tutti sono a casa. Poi te ne fai un'abitudine e quasi ti dà fastidio la troppa gente in giro".
Lo spirito di sacrificio è un requisito indispensabile per chi intraprende una scelta di vita come la tua, ma è una qualità che possedevi per natura o è stato il regime di vita del basket a infondertela? "Crescere in Brianza ti trasmette la cultura del lavoro, io ho preso esempio da mio papà che non ha mai preso un giorno di ferie. Poi se quello che fai ti offre continuamente stimoli, la dedizione viene spontanea". E' questo che cerchi di trasmettere a tuo figlio Ivan che sembra voler seguire le tue orme?"Sì, gli spiego che è solo lavorando duramente che si ottengono grandi risultati ma non voglio pormi come un maestro per lui: non l'ho mai forzato verso questo sport, non lo obbligo a venire ai miei allenamenti. Il fatto che mi venga a vedere qualche volta mi dà solo una grande gioia ma capisco che possa vivere il suo nome con un certo peso, tutti si aspettano da lui grandi cose".
Vedendo lui che ha la stessa età di quando è iniziata la tua carriera ti rendi conto che sono cambiate le cose? "Non sono luoghi comuni quelli per cui i giovani hanno tutto e sono meno abituati a guadagnarsi le cose. Io alla sua età, per esempio, avrei voluto da morire il motorino ma non mi hanno mai accontentato. Questo forse mi ha aiutato a concentrare tutti i miei sforzi in un'unica direzione mentre mio figlio, come tutti i suoi coetanei, ha idee più aperte oltre che molte più occasioni di svago, la discoteca, il computer ... e ... in questo io ho molto da imparare, con lui non mi è concesso di invecchiare mai".
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